Gli anni della scuola
Rimasi nella casa natale di Ostiglia sino ai tre anni compiuti. Ma la grande depressione che aveva accompagnato la guerra e l'inizio della ricostruzione, impose, ai miei genitori, la difficile e drastica scelta di lasciare la campagna per tentare la fortuna in città. Si trasferirono quindi a Milano dove trovarono un modesto, ma onorato impiego, come custodi di uno stabile in via Mach Mahon nell'allora periferia nord di Milano. Devo dire che in quella casa rimasi davvero pochi giorni perche, l'alloggio, ed il relativo regolamento condominiale, prevedeva solo la possibilità di un unico figlio, così, seppur a malincuore, i miei genitori furono costretti a mettermi in collegio a Tremezzo, (CO) dove rimasi per circa un anno e mezzo. Di quel breve periodo (avevo tre anni) ricordo solo che appena arrivati a Milano, uno o due giorni dopo il nostro arrivo, io sparii per una giornata intera con grande pena di mia madre e di mio padre che mi cercarono in ogni dove sino ad avvertire la polizia della mia scomparsa quando, all'imbrunire, mi presentaia a casa con un cappellino di carta fatto a barchetta come usavano allora i muratori e, tutto soddisfatto, dissi di aver trovato lavoro da una azienda che lavorava il marmo, certo Casiraghi, che operava in fondo al cortile dello stabile dove ci eravamo appena trasferiti. Quindi i miei si traferirono in un nuovo stabile, in via Carlo Crivelli al numero 20 dove, ringraziando il cielo, c'era posto anche per me così, cessati che furono gli impedimenti burocratici che ostacolavano la vita con la mia famiglia, verso il quinto anno di età potei finalmente tornare da loro e da mia sorella a Milano. Ricordo il percorso con il tram da via Mach Mahon sino alla nuova casa. L'eccitazione per le nuove scoperte e la gioia per la fine di quel supplizio patito, in mezzo a degli estranei, lontano dai miei genitori. Ricordo, ancora con commozione, quando mio padre e mia sorella, in sella ad una lambretta venivano saltuariamente a trovarmi, la solitudine e il dolore per quei ripetuti addii, la mancanza di mia madre che non vidi per oltre 16 mesi, anche perché l'unica possibilità di visita era data dalla lambretta di mio padre, se veniva lui che era l'unico in gradi di guidarla,mia madre altresì doveva restare a Milano al lavoro, anche perché , a quei tempi, si doveva garantire il servizio anche nei giorni festivi. Ma ora bando alle tristezze e veniamo alla nuova casa, con tutto un mondo di novità che si aprivano ai miei giovani ed interessati occhi. Come anzidetto la via si chiamava Carlo Crivelli, il numero era il civico 20. Un palazzo signorile di cui avremo modo di parlare più avanti, anche perché molto di quello che sono lo devo proprio a quel palazzo ed ai suoi residenti. Proprio dall'altro lato della strada, dove quindi ero venuto ad abitare, c'era l'asilo infantile che frequentai fino ai sei anni. Non ci crederete, ma io ricordo molto bene gli anni della mia infanzia,i così come ricordo la mia prima fidanzatina, incontrata proprio all'asilo:Enrica, che abitava nella stessa mia via al numero 2 (foto sotto)
Ero proprio incontenibile, di una vivacità assoluta, attratto dall'avventura e dalla voglia di esplorare di conoscere e di sperimentare. Proprio vicino a casa, dove ora sorgono dei giardini ed un condominio, c'erano le rovine della casa di correzione giovanile Bertorelli, cinta da una grande ringhiera costituita da pali di ferro che culminavono con punte di lancia. Potete immaginarvi la curiosità, quei luoghi bui e tenebrosi che avevano ospitato tante dissolute vite, le vetrate impenetrabile e gli ampi cancelli, corridoi lunghissimi disseminati da stanze che invitavano solo a visitarle per chissà quali trofei da rinvenire. Era bastato che mio padre mi avesse raccomandato di star lontano da quel posto abbandonato e pericoloso, per indurmi, in una sera di inverno, quando fa buio presto, a scavalcare le inferriate per dare inizio all'avventura. Purtroppo però, l'audace inesperienza, mi stava aspettando al varco, così, messo un piede in fallo, scivolai, infilzandomi l'arrugginita punta proprio sopra l'ombelico, fortunatamente però trafiggendomi solo la pelle della pancia, con la punta che era entrata da una parte ed uscita dall'altra. Rimasi dolorante per dei minuti interminabili senza sapere cosa fare, appeso, come un salame, a quella inferriata. Non pensavo minimamente di chiedere aiuto perché sapevo che se qualcuno mi avesse aiutato, poi l'avrebbero inevitabilmente detto ai miei genitori e sarebbero stati guai seri. Non sentivo un gran male, sangue ne usciva poco, ma la mia preoccupazione era tutta volta a giustificare quel taglio nella maglietta, già, perché per la pancia mi sarei inventato sicuramente qualche cosa. Finalmente, facendo leva sulle braccia riuscii a disinfilzarmi potendo così far ritorno a casa: mia madre coprì amorevolmente l'accaduto e mi rammendò la maglietta. Gli anni passavano e dopo l'asilo fu la volta delle elementari, vicinissime a casa, praticamente alle spalle dell'asilo, in via Quadronno.
Di questo periodo ricordo il maestro, tale Spolladore che ci costringeva tutte le volte, alla fine delle lezioni, a spingere la sua Prinz 1000 dorata che non voleva partire mai. Il suo fanatismo per il salutismo che interpretava dicendoci che per temprare il fisico bisognava sostare a torso nudo in corrente, così per dimostrarcelo un giorno di fine novembre, si tolse giacca e la camicia, aprì la pota della classe, spalancò la finestra e si mise a orso nudo invitandoci ad osservarlo.......peccato che alcuni minuti dopo, forse per il freddo, o per qualche altro motivo, gli venne un infarto e stramazzò a terra. Non morì, ma non ripeté più quella dimostrazione di virilità. Molti sono stati i momenti bui di quegli anni e le vessazioni che subii per via del mestiere dei mie genitori, già perché stante l'indisponibilità economica degli stessi, io non potevo fargli i regali che gli altri genitori gli facevano , io non potevo vestire alla moda come i miei compagni, inoltre per via di una gravissima malattia che colpì mia madre io di giorno dovevo aiutare mio padre nelle faccende tralasciando quelli che erano i compiti assegnatimi così, puntualmente, quando andavo a scuola e non sapevo come giustificarmi, divenivo preda preferita del maestro che mi scherniva, mi umiliava chiamandomi " il figlio del portinaio", ed arrivando persino in quarta, o in quinta elementare, durante la festa di fine anno, con tutti i ragazzi e relativi parenti, ad attaccarmi per la maglietta all'attaccapanni della scuola dove rimasi per tutto il tempo della festa stessa. Forse non crederete a quanto sto scrivendo, ma vi assicuro che in quegli anni ci sono stati ragazzi che se la sono passata peggio di me. Alla fine della quinta elementare mi invaghii di una ragazzina della classe di fronte alla mia , Cristina Bolaffio, che fu il mio primo grande, amore adolescenziale. Lei di famiglia agiata fu l'unica a non discriminare le mie umile, ma onorate condizioni. Abitava in via Pier Lombardo in un palazzo bianco, al sesto o settimo piano. Una famiglia agiata che condivise con grande spontaneità e senza alcuna discriminazione il loro benessere con me, invitandomi a casa, alle mostre del padre: un rappresentante di oggettistica in legno. Anche se sono passati più di 40 anni non dimentico quella pillola di felicità e gaiezza e mi piacerebbe rivedere Cristina e capire della sua vita. Sempre in quegli anni assistevo come chierichetto, alla Parrocchia di Santa Maria del Paradiso in corso di Porta Vigentina, il caro, ormai scomparso, don Luigi (foto sotto)
con cui andavo a benedire le case nei tempi del Santo Natale arrivando, per via dei liquorini che i vari signori e signore visitati ci offrivano, a casa quasi sempre molto, ma molto, allegro. Fu questa anche la mia prima occasione di business, perché dopo i primi due anni di gratuita collaborazione, avendo io un grande desiderio che era quello di possedere un trenino elettrico Rivarossi, barattai la mia collaborazione con una percentuale sulle offerte che il "don" andava raccogliendo, riuscendo così a comprarmi l'agognato giocattolo.
Da sinistra mia madre, io il giorno della prima Comunione, mia sorella e mio padre davanti alla cancellata dell'asilo di via Carlo Crivelli